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Francesca RoveretoBenvenuto nel mio blog! June 07 Pensieri Oggi in motorino, nel rettilineo tra Celle e Albisola mi è parso di vivere un'altra vita, tra le scogliere e i fiordi norvegesi. Un vento fortussimo mi costringeva gli occhi a delle fessure, tutto intorno goccioline di mare vaporizzate nell'aria. Alla mia destra cavalloni altissimi blu mare e bianchi schiuma si infrangevano con una potenza instancabile, a sinistra le scogliere proseguivano in ripide colline dalla vegetazione bassa. Sparse, quì e là, qualche casetta bianca. Sotto di me la strada. Dritta. Dritta e solitaria. Sotto di me la strada, dritta e solitaria. Più tardi, passeggiando in riva al mare con Andrè, delle docce di legno costruite proprio sulla riva del mare mi hanno riportato alla mente un ricordo lontano. Perchè capita che un ricordo, quando meno te lo aspetti, salti fuori da un cassettino della memoria. Un cassettino che neppure ti ricordavi di possedere. Un circuito di nuroni e sinapsi in un meandro nascosto del cervello che lentamente si stava sgretolando, e che sarebbe sparito del tutto se non fosse arrivato uno stimolo, anni dopo, a riattivarlo. Ed ecco che quel groviglio di neuroni e sinapsi, e complesse cellule chimiche ti riporta alla memoria un ricordo. Riapre quel cassettino. E' così che in un secondo sono tornata ad un pomeriggio di perlopiù 8 anni fa. Un pomeriggio di Marzo, in una cittadina Africana di nome Gabes. Io che cammino in riva al mare immersa nei miei pensieri. Schiammazzi di compagni di classe che vogliono che gli faccia una foto arrampicati come erano su una specie di scultura. Deve essere che quella scultura rassomigliasse, come forma, a quelle docce costruite proprio sulla riva a Spotorno. Ed è così, che quasi 10 anni dopo, camminando con il mio futuro marito, mi sono ritrovata, d'un tratto, diciottenne, in gita scolastica, in una cittadina Africana. Non ricordo molto di più, solo una strada, degli schiamazzi, un paio di miei compagni di classe arrampicati su una scultura in riva al mare. Ma è tutto offuscato. Gli schiamazzi non hanno parole, i compagni di classe non hanno volti, la scultura non ha una forma. Si vede che quelle sinapsi un po' rovinate lo sono. A ben pensare potrebbe anche essere stato a Sfax, o in quel posto di cui non ricordo il nome dove c'era una specie di arena romana. Escludo che fosse Sousse o Gafsa. I compagni potrebbero essere stati Massimiliano e Fabio, la scultura potrebbe esssere stata una croce, o forse una vela... ... Dovrei essere felice. Ho dei bei ricordi, è Giugno e camminando in riva al mare con il mio bellissimo ragazzo ho ricevuto molti sguardi e, forse, anche un po' di invidia. Sono stata, nello stesso giorno, in una cittadina africana e in una strada norvegese. Eppure c'è sempre quel sottofondo di tristezza. Tanta fatica per tornare nella mia amata Genova, ed ora come mi sta stretta. Tanta fatica per lavorare nel business strategy e ora sono intrappolata in quattro mura. Tanta fatica per vivere con Andrè e lui è ancora a Milano. Non riesco, non ci riesco proprio ad essere felice. Dovrei, forse. Ma non ci riesco. May 26 Dolce nostalgia ...delle cene accanto ad andrè. dell'america, della libertà, del muratore che riparava il tetto della Gale e mi chiamava "honey". della wireless nei pub. dei voli davvero low cost. La sapete una cosa? Ha dinuovo cambiato. Il vento. Ha dinuovo cambiato direzione. Difficile che mi sbagli. Lo sento. Vi ricordate quando un anno fa dissi la stessa cosa ed effettivamente tutto cambiò? Sta succedendo dinuovo. La nostalgia è dolce quando i ricordi sono momenti di vita vissuta e quando esiste la possibilità che tutto avvenga ancora. Fremo d'impazienza nell'attesa. May 18 sono stanca. ora sono proprio stanca. stanca mentalmente. stanca di vivere in questo modo. ...sul ponte sventola bandiera bianca.... ricordo di guerre che ne sanno si sabbia e terriccio. caldo estivo. solitudine e lontanaza. ...in quest'epoca di pazzi ci mancavano gli idioti del terrore... ricordo di cloro negli occhi, di grattacieli scintillanti, di una lingua che è l'incrocio di tre, di canzoni italiane cantate a squarciagola a memoria da stranieri e non. pub pieni di ragazzi. tornanti delle valle agordine. odore di legno e montagne come gigantesche ombre nere. giardini incolti e la morte che si è presa mezza vita. scatoloni e puzzo di buciato. suono di un pianoforte. una nave carica di container che salpa nel calmo crepuscolo primaverile. suono di tamburi. un trampoliere sorridente. ...sul ponte sventola bandiera bianca.... May 12 A grande richiesta... Tsugumi. Parte 5.L’estate sarebbe volata via in un soffio e senza quasi accorgersene Tsugumi si ritrovò seduta su un jumbo in partenza per l’America. Un volo moderatamente inquieto, fatto di sogni a occhi aperti e di sonnolenza data da troppe gocce di tintura madre. Tsugumi si rendeva conto che il suo momento era arrivato, che finalmente avrebbe potuto coronare il suo sogno. Sarebbe diventata una famosa giornalista, stimata e apprezzata. Era decisa tuttavia a trovare un modo per continuare a danzare. La scrittura e la danza. Le due grandi passioni alle quali Tsugumi non avrebbe mai potuto rinunciare. In Francia aveva partecipato all’ultima gara nazionale si danza contemporanea, insieme alle sue compagne, ed aveva avuto modo di esprimere la quintessenza della femminilità attraverso il suo corpo. A undicimila metri di altitudine, sopra l’Oceano Atlantico, Tsugumi chiuse gli occhi per rivivere quei momenti. Si rivide dietro il palcoscenico, mentre ballava il gruppo prima del suo. Lei da dietro le quinte poteva scorgere le ombre dei corpi che si muovevano a ritmo di musica, percepiva il pubblico vivo nella platea e in galleria, che respirava e desiderava quei corpi sinuosi e perfetti. Poi la musica finì, il sipario si richiuse e tutte e otto si posizionarono nella coreografia di inizio. I respiri affannosi, gli ultimi applausi del pubblico, la concentrazione massima, le gambe tremanti. E poi più nulla, solo musica, corpi, luci, respiri. Tsugumi non sarebbe mai diventata una ballerina classica. Non aveva il corpo adatto. Quel collo del piede che non si decideva a reggerla, quel sedere a mandolino troppo sporgente per la danza classica. Tsugumi era tanto perfetta per un uomo, quanto inesatta per la danza classica. Una volta le sembrò di arrivare vicina al successo, o quanto meno alle luci della ribalta. Sapeva che non avrebbe mai potuto aspirare al teatro ma pensava che la televisione fosse del tutto alla sua portata. Poi un uomo le fece capire quali erano le sue vere intenzioni. Da quel momento Tsugumi preferì la scrittura e dedicò i suoi studi in questo senso. Tuttavia non smise mai, neppure per un momento, di danzare. Si accontentava di farlo per se stessa, per il suo corpo e per la sua mente. La danza le preservava un corpo perfetto e una mente equilibrata. Solo quando ballava, ancora più di quando faceva l’amore, Tsugumi riusciva a non pensare a nulla. Solo al suo corpo, ai muscoli che si tendevano, al sudore della sua pelle. Quando ballava Tsugumi, era un po’ come se facesse l’amore con se stessa. “Meat or chicken?”. L’hostess di volo la riportò alla realtà. “Chicken, please”. Tsugumi odiava volare. Sin da bambina aveva ereditato il terrore degli aerei da sua madre, quando in quella ora di volo da Parigi alla Costa Azzurra, non poté che essere turbata nel vedere sua madre rileggere la stessa pagina del quotidiano per un’ora di fila, al contrario. E dire che tutta la sua famiglia, da parte del padre, era composta di aviatori. Tsugumi si chiese cosa mai avrebbe potuto pensare di lei il suo povero nonno a vederla in quelle condizioni di panico ogni volta che saliva su un aereo. Sospirò. In fondo si convinse che suo nonno non avrebbe fatto che sorriderle dolcemente, divertito. Guardò l’hostess servirle il pranzo. Non era giovane come le assistenti di volo che era solita trovare. Questo fatto la rassicurò moltissimo. Nel frattempo l’americano seduto accanto a lei continuava a sbellicarsi dalle risate seguendo un film demente. Tsugumi pensò che probabilmente gli americani fossero più inclini al riso dei Francesi. Tsugumi finì il suo chicken con vegetables sintonizzando il televisore di bordo sui Goonies, il suo film preferito di quando era bambina e, finito di pranzare, si assopì. Sognò un ragazzo alto e biondo, sdraiato nudo su un golfo di spiaggia bianca, dietro l’ultimo molo, e un cavallo che li guardava, mentre facevano l’amore. May 06 Il mio mareChe voglia di scrivere... Ho da dire 3 cose: 1. Baricco è un genio 2. La solidarietà femminile esiste, io ne ho le prove e mi piace da morire. 3. Sto rendendomi conto di aver molto da dire sulle strade. Sul primo punto non ho altro da aggiungere. A proposito del secondo punto devo ammettere che sono commossa. Di solito le donne mi odiano, almeno a prima vista. Ma quando una di quelle cambia idea e finisce col difendermi a spada tratta, gratuitamente e sinceramente devo dire che mi lusinga più di mille complimenti maschili. Lo adoro. Grazie a questa donna. Sull'ultimo punto devo riflettere. La strada è viva, la strada conduce, la strada ti uccide, la strada ti trasmette il calore dell'asfalto. E' che con la macchina questa cosa non mi succede, ma quando, dopo l'inverno, resuscito il mio motorino, è incredibile. Ancora più del primo gelato di stagione. E' come se ogni anno fosse un rito iniziatorio. Ricomincia il caldo, le giornate lunghe, la luce, il vento tra i capelli, il profumo dell'estate, il contatto con la terra, con la strada. Su di me non ho da dire altro. Però vorrei condividere un pensiero. Stasera. Stavo tornando dal lavoro. Ero scazzata da morire perchè ancora una volta ho fatto tardi e non sono riuscita ad andare a danza.Triste mi dirigevo alla macchina. Ora arriva il bello. La macchina l'avevo parcheggiata proprio sul mare. Erano le 20.15, il sole era tramontato ma era ancora chiaro, proprio quel momento che ti ricorda che il giorno sta finendo, che arriva le sera e poi la notte e che domani sarà un altro giorno. Il mare era calmo come un lago, blu-grigio. C'erano svariati pescatori, tutti silenziosi. C'era una barca di amici che stava arrivando a riva, scendevano uno a uno e si rincorrrevano nella battigia, scherzavano. Poi c'era una nave, stava partendo. Era carica di container, procedeva lenta ed inesorabile. Ho pensato ai marinai che erano lì imbracati, al magone della partenza, alla malinconia di aver lasciato mogli e fidanzate a casa, all'emozione e alla carica di un nuovo viaggio, di una nuova avventura. Ho immaginato che avessero fatto l'amore ieri sera, per salutare le loro compagne prima di ri-imbrarcarsi, e che ora si pavoneggiassero e scherzassero tra loro, l'uno con l'altro: "Com'è andata la sosta Fred? Quante volte te la sei trombata vecchio lupo di mare?" "Lo sai che la mia preferita è tua madre, è fantastica a letto". Mi piacciono le dinamiche maschili. Sono meno complicate, sono dirette, sono stupide, sono vere. Immaginavo che si riempissero la bocca con mega prestazioni sessuali, ma che in fondo non vedessero l'ora di tornare ad avere la loro donna tra le braccia ed assaporare il profumo della sua pelle. E' incredibile quanto possa mancare l'odore di una donna, dopo tanto tempo che sei lontano e solo. Li ho guardati, come se li avessi avuti davanti agli occhi, ed intanto che tornavo a casa seguivo la scia della loro nave. Buon viaggio, ho pensato. E in quell'immensa calma, viva, distesa azzurra, forse, anche io, avrei voluto salpare. ----scritto dopo---- sto rileggendo ciò che ho scritto. Ho capito. In quel momento, quello in cui il sole era calato, ma che era ancora chiaro, che stava finendo il giorno, che arrivava la notte, è in quel momento che da qualche parte, dentro di me, ho sentito di aver buttato via un altro giorno della mia vita, al lavoro. E' per quello che ho iniziato a fantasticare sulla vita degli altri. La mia di vita, in quel momento, in questo giorno, non è valsa ad un granchè. Allora dovrò rifare il mio solito esercizio: Momenti belli di oggi: - la telefonata del buongiorno con andrè - la voce di mia mamma che mi saluta mentre esco di casa (il fatto che odi vivere con lei non mi fa dimenticare la fortuna immensa che tanti non hanno più) - siiiiiiiiii...sul treno stamattina c'era una scolaresca, ma non di quelle chiassose, calma, educata, felice. andava in gita a pisa. davanti a me c'erano un ragazzino ed una ragazzina. parlavano fitto, si prendevano in giro. si toccavano senza malizia e senza inibizione. parlavano sotto voce. giocavano. erano meravigliosi. - una persona al lavoro che mi fa sempre ridere oggi mi ha, se possibile, fatto ancora più ridere - ho pranzato con nic, fra e ste e come sempre sono stata bene - ely che fa le vasche al terzo piano mi ha fatto morire dal ridere - ho mangiato il tiramisù della romina - ho ricevuto un complimento da una donna - dado si è preoccupato che era due giorni che non gli rispondevo al telefono - quel momento in macchina in riva al mare in fondo è stato bellissimo - ho sempre in mente che venerdì arriva la ale e ciò mi rende felice - scrivere questo post mi piace Come sempre, ne vale proprio la pena di viere, anche in una insignificante giornata lavorativa. Notte miei cari, o forse, almeno in questo caso, questo post è proprio un pezzo di "Fra diary", per cui, buonanotte a me. April 22 Madri ingombranti"...Lei è sempre stata ossessionata dal'ordine e dalla pulizia. Un sacco di volte ho mangiato da solo a tavola perchè, dopo avermi servito il piatto, metre stavo mangiando, lei già lavava le padelle ed il fornello. A casa mia i pavimenti ed i mobili sono sempre stati come specchi. Tutto brillava. Qualsiasi persona entrasse a casa nostra sentiva sempre la solita frase da mia madre: Scusate il disordine. Allora io mi guardavo intorno: tutto era perfetto. Fin da piccolo ho sporcato pochissimo. Quando sono cresciuto, soprattutto nell'adolescenza, ho cercato a volte di guadagnare un po' di spazio per poter respirare, ma lei mi faceva sentire in colpa al punto che a volte mi sentivo subito in torto, prima ancora che lei mi facesse notare qualcosa. Le sue attenzioni eccessive mi soffocavano. Mi coccolava, non mi faceva mancare niente, mi faceva notare tutto ciò che faceva per me. Ero in trappola. ... Tra me e la mia vita c'è sempre stata di mezzo mia madre. Qualsiasi cosa facessi, era accompagnata da un suo commento. Anche bere un bicchiere d'acqua: Lava il bicchiere dopo. Togliti le scarpe. Rimetti a posto. Non salire sul letto. Spegni le luci. Quando mi facavo il bagno: Stai attento a non bagnare per terra. ... Quelle frasi le sentivo perfino quando lei non c'era. .." Queste sono parole di Fabio Volo, ma sono così esattamente uguali a ciò che mi succede che mi viene la tachicardia solo a leggerle. Da quando sono tornata a casa con i miei (ora sono 4 mesi, dopo ben 2 anni di lontananza) sono dimagrita 4 chili (ero 50...non è che dovevo perderne), mi sento così debole che ogni mese sono a casa con l'influenza. Mio padre è uguale a lei, a volte anche peggio. Si sono trovati, si sono sposati, si fanno man forza l'uno con l'altro. Uno dei miei fratelli è già fuggito, l'altro ha trovato il suo modo per non esserci mai pur vivendo con loro. Ora capisco perchè a 22 anni sono stata un anno in casa. Uscivo solo per andare dallo psichiatra. Mi sento soffocare. é questo quello che avevo sulla punta della lingua. E ora so che non è neppure solo questo. Devo parlare con Andrè. April 16 Eppure ce l'ho sulla punta della lingua...Quando è un po' che non scrivo i motivi possono essere 2: o sono troppo felice, o sono troppo occupata. Anzi. Possono essere 3: troppo triste.
Sono quelle volte che poi finisce che, quando meno me lo aspetto, mi sorprendo a non riconoscermi guardandomi allo specchio e ogni volta mi spavento moltissimo.
Oggi parlando con l'Amministratore delegato di una piccola Azienda del mio Gruppo che ha sede in Svizzera e mi si sono accesi i mille campanellini di cui parlavo.
In questi ultimi giorni, pur immersa nella mia solita frenesia lavorativa e privata, mi sono rimasti impressi due stimoli che mi fanno pensare molto.
Il primo è arrivato lo scorso Sabato. Accanto ad Andrè camminavo sulla passeggiata tra Arenzano e Cogoleto.Ho fatto il conto: non ci andavo da circa 8 anni, anno in più, anno in meno. Era tutto diverso, la passeggiata col tempo è stata completamente rifatta, da ampio sentiero terroso e fangoso, ex percorso di una ferrovia ormai dimenticata, oggi è diventata un agevole passeggio latricato con mattonelle rosse, fioriere ai lati, panchine, lampioncini e ringhiere stile marinaro. Di fianco il mare blu ed immenso. L'ultima volta che ero stata, 8 anni prima, ero in bicicletta con Fabio e Luca, in 4 o 5 liceo ed entrando in quelle gallerie buie ci posizionavamo in fila indiana, per non schizzarci l'un l'altro con le pozzanghere d'acqua che colava dalla volta delle gallerie. 8 anni più tardi, Sabato scorso, le gallerie non erano altro che un intermezzo lastricato tra una terrazza ed un'altra. Io avevo voglia di camminare, camminare, camminare. Poi è arrivato quel suono di pianoforte. La mente è volata prima a Chicago, poi in un letto di fronte ad una finestra aperta e poi ad un salotto romano...ma questa è un'altra storia. Il punto è che quel suono ha stampato nella mia mente pensieri, ricordi, emozioni. Ho pensato che in fondo non occorre andare dall'altra parte del mondo per meravigliarsi. Basta aprire il cuore e guardarsi attorno. Tuttavia ancora ora mentre sto scrivendo mi sembra di non cogliere a pieno il significato. Come quando hai la sensazione di aver dimenticato qualcosa. Come se avessi la soluzione di un enigma dentro di me ma non capisco di quale enigma sto parlando. Come se avessi qualcosa sulla punta della lingua che però non viene fuori.Altro campanello di allarme.
Arrivo al secondo stimolo. Voglia di partire? Of course...c'è l'ho sempre...non dev'essere quello...Non ne posso più di stare a casa con i miei? certo, lo so, è normale (di nuovo sta parola, che brividi...) Mi sento soffocata anche al solo pensiero di accettare una casa da mio padre nella quale andrò a vivere con Andrè? Sì sì sì. Questo è un problema grosso che prima o poi dovrò affrontare. Potrebbe essere questo...però mi sfugge ancora qualcosa...Soffoco nella mia azienda nella quale proprio non riesco ad essere me stessa? Anche questo è un problema ma non penso che riuscirò a risolverlo a breve...Devono essere tutte queste cose assieme...a parer di mia zia, (n.b. ha 70 anni e mi vede pochissimo ma capisce moltissimo anche senza vedermi), sono così da quando non vivo più con andrea e, per usar parole sue, "non ne prendo abbastanza". Sarà sarà sarà. Eppure secondo me c'è qualcos'altro, di più sottile, di più profondo...eppure ce l'ho sulla punta della lingua... March 19 Pensieri evanescentiTutto si offuscava attorno a me. Un male lanciante alla testa e io non riuscivo a respiare. Non pensavo che un dente potesse arrecare tali dolori. Eppure quella è la diagnosi: ascesso dentro una pulpite che a quanto pare ha infiammato il trigemino destro. Forse ora va un po' meglio, forse, non voglio cantar vittoria, non sono ancora guarita. A ben pensarci sono passati solo tre giorni ma a me è sembrato di star male per un mese. Il tempo si allungava, i pensieri si allontanavano. Mi è parso, un paio di volte, di riuscire ad afferrare ricordi lontani. Polvere argentea che affiorava nella mia mente per poi dissolversi nel nulla. March 15 Rabbia repressaCamminavo tra viole e rosmarini fioriti. Quì e là contadini lavoravano la terra, bruciavano le sterpaglie. L'odore dell'erba e della legna bruciata mi faceva sentire bene. E' in quel momento che ho capito che c'è qualcosa che non va. Faccio fatica a vivere. Faccio fatica ad essere gentile. Detesto le persone che mi trovo davanti. Sento dentro una cattiveria e una bruttura che per ovvi motivi non può uscire e mi logora dentro. Ho sempre avuto difficoltà nel lavoro che facevo prima perchè non lasciava tempo per me. Così sottovalutavo tanti lati positivi delle vita che conducevo, e che ora mi mancano. Avevo scritto un post, quasi un anno fa, si intitolava "finestre illuminate", racontava di una tarda serata mentre ero in viaggio con il mio consultant su per i tornanti delle vali Agordine, nel bel mezzo di uno dei periodi più brutti della mia vita. Quella sera mi ero confidata con Michel: avevo fatto trasparire la mia invidia per una vita "dietro una finestra illuminata", al tavolo con la mia famiglia. Lui mi aveva guardato di sottecchi e mi aveva risposto che mi sarei annoiata alla seconda sera. In effetti aveva ragione. Forse se avessi ancora Andrè che mi aspetta a casa alla sera sarebbe diverso. Forse starei meglio. Ma di una cosa sono certa: ciò che mi manca, Andrè a parte, sono prevalentemente due cose. La prima è viaggiare. La seconda è la libertà che si ha quando si vive in mezzo a persone di un'intelligenza che, aimè ho capito essere, sopra la media. Mi sento frustrata perchè non posso combattere ad armi pari. Sono sempre al centro di battute mai incoraggiate, sono mira di libertà mai concesse, continuamente rimarcando la mia giovane età. Quindi io devo stare zitta e gli altri possono fare battute e apprezzamenti che io non ho mai favorito. Almeno prima erano, pardon, eravamo, tutte serpi. Arroganti, sì. Presuntuosi, sì. Lavoratori, sì. Ma si combatteva ad armi pari. Uomo o donna, giovane o meno giovane. Faccio fatica ora che sono tornata nella mia amata Genova. Io che ho vissuto in America, io che ho viaggiato per due anni di fila, io che sono così propensa al cambiamento, all'innovazione, al cosmopolitismo, ora mi sento un po' una Pigmaliona dentro un romanzo di Show. C'è chi mi dice che devo solo avere un po' di pazienza. C'è chi mi dice che il tempo è ormai maturo affinchè alcuni cambiamenti avvengano. Sarà. Nel frattempo però sarà il caso che ritrovi un equilibrio perduto. Non posso continuare ad odiare chiunqui mi attraversi la strada. March 07 Un meraviglioso Sabato di solitudineLe gambe non volevano fermarsi. Il sole bruciava sulla pelle. Ho scelto
una pista lontana dalle persone e dal caos. Occorre racchettare parecchio per arrivarci e così nessuno si spinge sino là. Ho messo gli sci in spalla e mi sono incamminata. Come tutte le volte che davvero ti guadagni qualcosa, una vetta, uno scoglio al largo, un prato in quota, una pista isolata, l'emozione ripaga ampiamente la fatica. Solo io, la neve e i miei sci. Gli alberi e le montagne. Ho parlato con la natura proprio come Paulo Choelo in uno dei suoi migliori romanzi. L'ho ringraziata per quel momento e le ho chiesto di accompagnarmi sino a valle. Ho trascorso diversi minuti di pura felicità. Nessun pensiero. Solo io e la natura. Più tardi, mentre guidavo per tornare a casa ho guardato nello specchietto retrovisore: erano laggiù, bianche e maestose. E' stato come se mi avessero salutato. "Alla prossima", ho pensato. February 17 Cimitero di Staglieno
mi ritrovavo a vagare per i vialetti, rapita dagli sguardi delle persone di marmo. mani protese a chiedere attenzione, occhi al cielo a chiedere consolazione, visi trasfigurati dal dolore, bambini fermati in una felicità piertificata. February 08 Sensazioni corporee
Chiudo gli occhi e mi ascolto. February 04 Wind of changeOggi mi sento un po' triste.
Lo scorso Venerdì c'è stato un piccolo incendio nella mia azienda, per fortuna limitato ad un paio di uffici e nessun impatto sulla produzione.
Il punto è che oggi siamo andati a sgomberare i locali che comunque devono essere bonificati.
Mi ha dato un terribile senso di vuoto.
Scatoloni pieni di cose da buttare, puzzo di bruciato, tute bianche che si muovono in corridoi bui.
Non mi è piaciuto. Mi ha fatto riflettere su come tutto possa cambiare da un momento all'altro.
Così come quando si sentono alla televisione notizie di morti sul lavoro, oppure mi è venuto in mente il terremoto in Cina,
quando da un momento all'altro una nazione era in ginocchio.
Aziende rase al suolo. Distruzione.
Come formiche ci muovecamo tra gli scatoloni e i sacchi neri.
Non mi sono fermata un attimo. E finito di ripulire in ufficio via ad una riunione in jeans e maglietta. Tutto va avanti, tutto deve proseguire.
Così siamo stati divisi e sparsi quì e là in altri edifici dell'azienda.
Sono abituata ad adattarmi, ma mi spaventa un po' che da 2 anni a questa parte ogni 3 mesi la mia vita subisca dei cambiamenti.
Anche se non sono più consulente, dopo esattamente 3 mesi, mi ritrovo difronte ad un altro cambiamento.
Questo proprio non me lo aspettavo.
Altro ufficio,altri colleghi intorno, altra mensa.
Una cosa è certa, tre mesi sono bastati a farmi perdutamente innamorare del mio lavoro.
Non so come è successo ma è così.
Non vedo l'ora che tutto torni alla normalità.
E sarà ancora meglio di prima.
January 13 Chiaro di lunaNella penobra del salone le vetrate si riflettevano allungate sul pavimento di marmo bianco.
Al di là dei vetri, il mare calmo era un'immensa distesa di riflessi argentati.
Era bellissimo. January 08 Tornata dal Kenya
Probabilmente non starete capendo niente di quello che sto scrivendo. Ma ve bene così. Inserirò foto sul mio jeep safari. Lo sognavo da una vita, e lo aggiungerò nei miei momenti wao, assieme alle passeggiate al tramonto in riva all'oceano Indiano. |
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